Tutti i vicoli ciechi di un gioco senza vie di fuga

Le elezioni ci hanno consegnato un risultato tutto sommato atteso: una Camera dove c’è una maggioranza di centrosinistra, ottenuta peraltro con uno scarto di voti ridotto (poco meno di un punto percentuale), e un Senato dove non c’è una maggioranza (anche se il distacco qui era più marcato), ma tre gruppi di consistenza simile.

Il risultato è che l’unico modo di formare un governo è mettere insieme due di questi tre gruppi. Uno dei quali deve essere il centrosinistra, potendo esso contare della maggioranza assoluta alla Camera. L’altro, quindi, o è il Movimento 5 Stelle o è il centrodestra di Berlusconi.

Come si è visto, entrambe le possibilità sembrano di difficile realizzazione. La prima perché il Movimento di fare alleanze di governo proprio non ne vuole sapere, sostenendo che il suo statuto lo impedisce e continuando a rivendicare per sé, solo, il governo del Paese, pur sapendo benissimo di non aver vinto le elezioni ma di essere arrivati terzi. Posizione che, allo stesso tempo, Grillo spera possa far crescere i consensi del Movimento in quanto lascia come unica alternativa un’alleanza centrosinistra – centrodestra, che gli consentirebbe di non sporcarsi le mani e di poter continuare a gridare allo scandalo e all’inciucio incrementando i propri consensi.

La seconda alternativa è un po’ meno impossibile, ma non meno innaturale: perché quasi nessuno, nel centrosinistra – specie nel suo elettorato -, vuole scendere a compromessi con Berlusconi. Non per pregiudizi, ma perché la storia di Berlusconi, anche quella recente, parla da sola: non si devono toccare i suoi interessi, si deve intralciare l’operato della magistratura e, peraltro, la sua fedeltà agli impegni presi si è vista quando ha staccato la spina al governo Monti, portando il paese a elezioni anticipate. La sua disponibilità a un governissimo, poi, appare davvero troppo sospetta.

La tesi dei grillini, comunque, è che il paese può far tranquillamente a meno di un governo: tanto nel frattempo resta in carica, per l’ordinaria amministrazione, il governo Monti (ecchissenefrega se così facendo il Movimento prolunga la vita di un governo che ha contestato duramente in campagna elettorale). Ipotesi lunare, perché lascerebbe in mano il governo del Paese al grande sconfitto di questa tornata elettorale – Mario Monti, appunto.

Ci sarebbe, poi, una quarta opzione: eleggere il nuovo capo dello Stato e convolare a elezioni anticipate. Strada accidentata, però: perché se nel frattempo non si cambia la legge elettorale finisce che dopo le nuove elezioni siamo punto e a capo con un paese ancora ingovernabile. Strada che presenta molte incognite: la prima è la probabile “scalata” al Pd, coronata da successo, di Matteo Renzi. Così che a confrontarsi nelle urne sarebbero Berlusconi, Renzi e i grillini. Con i centristi schierati da qualche parte, dice oggi Casini, anche se non sappiamo quale.

Chi ne uscirebbe vincitore, ad oggi, è imprevedibile, anzi, inimmaginabile. Renzi sembra godere di buoni consensi in quella parte di elettorato dove Bersani non ha sfondato: il centrosinistra, con lui, potrebbe crescere; Berlusconi ha dimostrato, con la campagna elettorale, di non essere “morto” come sostiene Grillo, ma di essere ancora vivo e vegeto – e continua a salire nei sondaggi, tanto che se si votasse oggi a vincere sarebbe lui, e non Bersani. Il Movimento, poi potrebbe crescere ancora, “legittimato” dal risultato sorprendente di questa tornata elettorale, o pagare lo scotto della sostanziale irresponsabilità di cui sta dando prova in questi giorni – restando questa volta potenzialmente schiacciato tra i due poli tradizionali.

La via d’uscita, per ora, sembra lontana. Prima o poi, certo, ne dovremo uscire: ma quando, e soprattutto: come?

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