2014: tutti i Paesi che usano l’Euro

L’Euro è entrato nelle tasche dei cittadini italiani e di molti altri europei nel 2002: furono 12 i Paesi che, 12 anni fa, abbandonarono le monete nazionali sostituendole con la moneta unica europea. Da allora, altri Paesi hanno scelto di aderire alla cosiddetta “zona Euro”, adottando l’Euro come propria moneta.

Trattandosi di Paesi di piccole dimensioni e non interessandoci direttamente, la loro entrata non ha fatto mai molta notizia: così, non molti sanno che l’Euro è utilizzabile anche in Slovenia (dal 2007), Cipro (2008), Malta (2008), Slovacchia (2009), Estonia (2011) e, dal primo gennaio 2014, in Lettonia. Concretamente, questo significa che chi viaggia in questi Paesi non dovrà più convertire l’Euro nella moneta locale. Visualizziamo su una mappa i Paesi della zona Euro:

eurozona

Oltre ai 12 Paesi Pionieri dell’Euro e ai 6 che l’hanno adottato successivamente, va ricordato che l’Euro è utilizzato anche in alcuni piccoli Paesi che non appartengono all’Unione Europea: Andorra, Principato di Monaco, Città del Vaticano e Principato di San Marino. Il Kosovo e il Montenegro, infine, adottano l’Euro unilateralmente (utilizzavano il marco tedesco fino al 1999, poi sono passati all’Euro senza aver definito un accordo con l’UE e quindi lo utilizzano ma non hanno la possibilità di stampare moneta).

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Siria: un pacifismo senza vie d’uscita?

2 anni e mezzo di guerra civile, un numero di vittime non facile da stimare ma che è ragionevole ipotizzare vicino alle 100000, due milioni di profughi e sei milioni di sfollati – un terzo della popolazione totale, che nel 2012 ammontava a 20 milioni: sono questi i dati drammatici dai quali dovrebbe partire una riflessione seria, non ideologica, sull’opportunità di un intervento della comunità internazionale che ponga fine alla guerra civile siriana.
Una guerra cominciata quasi in contemporanea a quella libica (ad un solo mese di distanza: 17 febbraio 2011 quella libica, 15 marzo 2011 quella siriana), diversi elementi in comune (a cominciare dal fatto che in entrambi i paesi una parte della popolazione ha a un certo punto deciso di ribellarsi alla dittatura e ne sono nate due aspre guerre) e una differenza sostanziale: nella prima l’ONU è intervenuta quasi subito, dopo solo un mese dall’inizio del conflitto, riuscendo così a porre fine nel giro di pochi mesi a uno scontro che avrebbe potuto altrimenti prolungarsi più a lungo; nella seconda, invece, dopo due anni e mezzo di massacri l’ONU non è riuscito a fare nulla per la mancanza di una posizione comune fra le maggiori potenze mondiali.
È noto che Russia e Iran sostengono sia apertamente che sotterraneamente il regime di Assad; che tanto la Lega Araba (di cui peraltro la Siria fa parte!) quanto l’Unione Europea sono divise al loro interno e incapaci di prendere una posizione; che Francia e Stati Uniti sono pronti a un intervento militare che, sulla falsariga di quanto fatto in Libia, possa fiaccare le forze di Assad. Ed è altrettanto evidente che con questa divisione l’Onu, con il meccanismo dei veti in Consiglio di Sicurezza, non può fare nulla.
Di fronte a questo scenario, gran parte delle forze politiche e dei governi europei si sono detti contrari a un intervento o favorevoli solo in caso di via libera da parte dell’Onu. I pacifisti hanno trovato nel nuovo Papa un paladino dei loro valori, che ha fatto propri in toto gli slogan “mai più la guerra!” e “esploda la pace”. Se si esclude la Francia, l’atteggiamento prevalente degli Europei sembra quello di guardare da un’altra parte, sperando che il conflitto possa concludersi non si sa bene come e ripetendo i mantra pacifisti come se questo consentisse di esorcizzare le notizie da inferno dantesco che arrivano dalla Siria: come se, insomma, dirsi contrari alla guerra e favorevoli alla pace ci consentisse di restare con la coscienza pulita, e magari anche di pensare che l’intervento di Francia e Usa porterebbe la guerra in zone dove ora vi è pace.
Personalmente, però, trovo che quello dei pacifisti di fronte a quanto accade in Siria sia un atteggiamento figlio di una retorica che atrofizza le coscienze e anche di qualche ipocrisia e illogicità: sono perfettamente conscio che, con questo pezzo, mi attirerò le critiche di gran parte dei lettori, ma questo non mi esime dall’esprimere alcune riflessioni sul tema.
La domanda che penso mostri come il pacifismo, così come si è declinato in questi giorni, sia una strada che non permette di trovare una via d’uscita alla crisi siriana è questo: se siete contrari a un intervento in Siria, cosa proponete per uscire da questa crisi?
Lo chiedo perché vorrei tanto che emergesse da quel fronte, che in altri tempi ha interpretato con ragioni molto più convincenti e condivisibili la contrarietà alla guerra in Iraq, una proposta chiara e non una semplice contrarietà a priori a un’azione esterna, nello specifico promossa da Francia e Stati Uniti.
Mi pare infatti che al momento vi siano tre possibilità:
1. Fregarsene e stare a guardare, come a dire che i siriani hanno tutto il diritto di massacrarsi fra loro e la cosa non ci riguarda minimamente;
2. Appellarsi alla diplomazia come strumento per porre fine alla guerra, rifiutando qualsiasi forma di intervento e pressione su Assad;
3. Sostenere un intervento, sia esso sotto l’egida dell’Onu o portato avanti da chi si rende disponibile.
La prima opzione, per quanto legittima, non mi pare una posizione coerente con i valori di chi ha a cuore la pace mondiale, e non solo la pace nel proprio orticello; ragion per cui mi soffermerò ora sulle altre due.
Premesso che si tratta di un’opinione personale, l’idea che la diplomazia possa condurre alla fine del conflitto a me sembra davvero poco credibile: come sia possibile che, dopo due anni e mezzo di fallimenti della diplomazia internazionale, due anni e mezzo in cui le parti in guerra si massacrano vicendevolmente e in cui Assad ha dimostrato chiaramente di non avere nessuna intenzione di farsi da parte, improvvisamente la diplomazia possa riuscire a trovare un accordo tra i belligeranti e far scoppiare la pace è una domanda che temo che i teorici della diplomazia ad ogni costo penso non si siano fatti o, se se la sono fatta, di certo se ne guardano bene dal rispondere.
Per questo la terza opzione a me sembra l’unica percorribile: è chiaro però, per le ragioni suesposte, che l’Onu non potrà mai prendere posizione (non fosse altro perché la Russia ha in esso potere di veto), per cui l’iniziativa non potrà godere della sua legittimazione e rischia di apparire come l’ennesima guerra di interessi degli Stati Uniti.
Questa, in sostanza, è la critica più forte all’intervento: che quella in Siria possa essere una riedizione della guerra in Iraq. Una critica non infondata, certo, anche se un’analisi più attenta dovrebbe porre in risalto come la situazione della Siria sia molto più simile a quella libica che non a quella irachena. Un intervento militare, però, lo si può fare solo con chi ci sta: e per quanto gli Stati Uniti possano starci sulle palle, per ora solo loro e la Francia si stanno mobilitando per intervenire. Sarebbe certo auspicabile che gli USA non fossero ancora una volta il maggiore azionista dell’intervento, ma in questo caso mi pare che più che addebitare la responsabilità di ciò agli USA si debbano semmai ricercare i responsabili tra le cancellerie di mezza Europa e dei Paesi della Lega Araba
In fondo, è fin troppo facile bollare Francia e Stati Uniti come guerrafondai e dirsi contrari a questo intervento perché si è contrari alla guerra e paladini della pace: ma di quale pace stiamo parlando, dei due anni e mezzo di guerra civile e delle pesantissime conseguenze che questa ha comportato, sta comportando e continuerà a comportare per la popolazione civile?
Forse, un ricorso minore all’idealismo e all’ideologia e un maggiore realismo potrebbero far sì che le posizioni pacifiste di fronte alla crisi siriana diventino un po’ meno semplicistiche e un po’ più credibili: perché adesso come adesso, per quanto molto popolare, questo pacifismo naïf mi sembra davvero incapace di proporre una qualsiasi via d’uscita alla guerra civile siriana.